Non è questione di sapore. È che quando cucino per qualcuno, sto dicendo: “ci tengo”.
Non sono brava in cucina.
So fare due o tre cose.
Ogni tanto mi viene bene, ogni tanto è un disastro.
Ma quando invito qualcuno a cena —
che sia un’amica, un amore, una persona nuova —
mi succede qualcosa di strano:
mi si scalda il cuore.
Preparo tutto con cura, anche se non so cosa sto facendo.
Apparecchio con quello che ho.
Magari i piatti non sono uguali,
la tovaglia è quella stropicciata,
il bicchiere è sbeccato — ma c’è.
C’è l’intenzione.
C’è la voglia di accogliere.
C’è quella frase silenziosa che dice:
“Vieni, siediti, mangia con me.
Non è perfetto, ma è per te.”
E mentre cucino, penso a chi sto aspettando.
A come sorriderà, a cosa le farà piacere,
a quel momento in cui l’odore invade la casa
e tutto sembra più leggero.
Non voglio stupire.
Voglio nutrire.
Anche solo con una pasta scondita,
anche se poi ridiamo perché il dolce è venuto male.
Perché alla fine quello che resta
non è se ho usato il rosmarino fresco,
ma se c’era calore in mezzo al tavolo.
E io lo metto. Sempre.
Anche se non so cucinare bene,
quando invito qualcuno… sto dicendo: “ti voglio bene”.
E questo, per me, è già una ricetta.