C’è un momento preciso in cui il dubbio entra.
Non bussa. Non fa rumore.
Si infila tra le pieghe di una frase lasciata a metà,
in un “ci sentiamo dopo” che non arriva mai,
in uno sguardo che devia il tuo senza motivo.

All’inizio sembra niente.
Un pensiero passeggero, una sensazione.
Poi si allarga.
Poi si insinua.
Poi cresce.

Diventa compagnia silenziosa.
Ti segue ovunque.
A tavola, sotto la doccia, nei sogni.
Diventa una voce sussurrata che ti ripete sempre la stessa domanda:
“E se non fosse come pensi?”

E tu ci credi.
Perché senza verità, ogni ipotesi è possibile.
Senza sincerità, ogni scenario può essere vero.

È colpa delle omissioni, dei silenzi pieni di cose non dette.
È colpa di chi ha scelto di proteggere sé stesso invece che la vostra connessione.
È colpa di chi ha deciso che “meglio non dirlo”,
senza capire che il non dire è già una ferita.

E allora tu cominci a dubitare di tutto.
Di quello che hai sentito. Di quello che hai visto.
Di te stessa.

È così che il dubbio si mangia la fiducia.
Prima un angolo, poi una stanza, poi tutta la casa.
E alla fine resti lì, con mille domande senza risposta,
a ricostruire un puzzle con pezzi mancanti.

Non sai più cosa è stato vero e cosa no.
Non sai più se hai esagerato o se hai ignorato troppo.
Non sai più se credere o smettere di farlo per sempre.

E la cosa peggiore?
Che tutto questo si poteva evitare.
Con una frase.
Con una verità, anche imperfetta.
Con la scelta di guardarsi negli occhi e non voltarsi.

Il dubbio, se ci pensi, è la punizione che ci infliggono gli altri quando non hanno il coraggio di essere chiari.
È il veleno che resta in circolo quando le parole non arrivano.

Io quel dubbio me lo porto ancora addosso.
Come un odore che non va via.
Come un’eco che mi insegue.

E non è giusto.
Perché chi mente o tace, alla fine se ne va.
Ma il dubbio…
il dubbio resta con chi è rimasto a crederci davvero.

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