C’è chi viaggia per scoprire.
Chi per lavoro.
Chi per farsi delle foto con lo sfondo esotico.
E poi c’ero io.
Io viaggiavo per sparire.

Non lo sapevo all’inizio. Credevo fosse la curiosità, l’avventura, la voglia di vedere il mondo.
Ma poi, un giorno, sotto il sole che cuoceva la pelle in qualche angolo sperduto dell’Asia, ho capito la verità:
viaggiavo perché lontano mi sentivo libera.

Libera dal telefono che non prende.
Dalle notizie. Dalle domande. Dai pranzi di famiglia in cui nessuno ascolta, ma tutti parlano.
Dai drammi cucinati in silenzio e serviti freddi alla domenica.
Libera da quel “torna a casa” che non ha mai voluto dire davvero “ci manchi”, ma solo “ci serve qualcuno che si adatti”.

Fuori, lontano, il silenzio era mio.
I problemi non mi seguivano, restavano indietro come bagagli troppo pesanti per l’imbarco.
Lì non dovevo essere nulla. Nessuna aspettativa, nessuna etichetta. Solo il vento, una strada sterrata, e un posto nuovo da cui ricominciare.
Anche solo per qualche giorno.

E adesso? Adesso sono tornata.
E fa male.
Perché quando torni, ti accorgi che tutto è rimasto lì. Uguale.
Le stesse facce, le stesse conversazioni vuote, lo stesso giudizio appena sotto la superficie.

L’idea di scappare torna ogni giorno.
Non è romanticismo. Non è “voglia di viaggiare”.
È bisogno di aria. Di distanza. Di pace.

E forse è sbagliato.
O forse è l’unico modo che ho per sopravvivere.

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