Ho scaricato Tinder.
L’ho fatto una sera, forse per noia, forse per curiosità, forse per quella parte di me che ancora spera.
Foto dopo foto.
Swipe a destra. Swipe a sinistra.
Poi i messaggi. Qualche battuta. Un paio di risate scritte.
E niente. Mi è passata la voglia.
Subito.

Perché il punto è che non mi basta.
Non mi basta una foto in cui sorridi bene.
Non mi basta un messaggio spiritoso.
Non mi basta sapere che ti piacciono i cani o che ascolti i Radiohead.

Perché io mi innamoro degli sguardi quando non ti accorgi che ti sto guardando.
Dei gesti piccoli, di come ti tocchi il mento mentre pensi, di come ti tiri su le maniche o parli con le mani.
Mi innamoro dei sorrisi imperfetti, di come dici “ciao”, di come abbassi gli occhi se ti imbarazzi.
Di quella pausa prima di parlare, quando cerchi le parole giuste.

E come faccio a sentirle, quelle cose, se siamo solo due schermi?

Non ho voglia di raccontarmi da zero, a uno sconosciuto qualsiasi, per poi magari non vederlo mai più.
Non ho voglia di fare l’intervista sentimentale ogni volta.
Non ho voglia di mettere il mio cuore in saldo in una vetrina digitale.
E soprattutto: cosa dovrei raccontare?
Tutta me, così? In dieci righe?

Io voglio una persona accanto, sì.
Voglio conoscere qualcuno.
Ma voglio farlo di persona.
Voglio che succeda tra una birra e un’occhiata rubata.
Voglio che accada per caso, tra una chiacchiera leggera e una risata sincera.
Voglio che ci guardiamo negli occhi, non nei profili.

E forse per questo, le app non fanno per me.
Non è un giudizio. Solo una constatazione.
Forse mi sono stancata dell’idea di cercare l’amore.
Forse voglio solo incontrarlo.
Per davvero.
In un giorno qualunque, in un posto qualunque.
Dove nessuno ha preparato niente, ma tutto sembra al posto giusto.

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