Ci parliamo.
Ogni tanto.
Ci cerchiamo, ma mai fino in fondo.
Ci tocchiamo, ma non ci teniamo.
E io sto qui, a metà.
Nel limbo.
Nel “forse”, nel “vediamo”, nel “non so”.
E il problema è che io lo sento, quando non mi stai dando tutto.
Lo sento da come mi scrivi.
Da quanto tempo ci metti a rispondere.
Da come parli solo di te, o da come eviti le domande che scavano.
Non so cosa siamo.
Ma so che a me non basta.
Che questo stare “a tratti”, questo esserci “finché non diventa troppo”,
mi lascia svuotata.
Sorrido, scherzo, mi convinco che va bene così.
Che è moderno, leggero, disinvolto.
Ma poi la notte mi chiedo perché mi sento sola anche quando sei appena andato via.
Perché resto sveglia a cercare un senso in mezzo a tutte queste briciole.
E la verità è che il senso non c’è.
C’è solo il mio bisogno di affetto, appoggiato su una relazione che affetto non lo sa dare.
Io non voglio implorare chiarezza.
Non voglio dover chiedere: “ma io per te cosa sono?”.
Non voglio che amare significhi diventare piccola, invisibile, comoda.
Io voglio qualcuno che non abbia paura di darmi un nome.
Anche solo “importante”. Anche solo “reale”.
Qualcosa che dica: ti vedo.
Ti sento.
Ti rispetto.
Perché il problema non è che non mi ami.
È che fai finta di esserci, quando non ci sei mai davvero.
E io non voglio più giocare a nascondino con le emozioni.
Voglio relazioni dove non devo chiedere il permesso per sentire.