Non so dirti quando è successo. Non c’è stato un momento preciso, nessun applauso, nessuna tappa segnata. Ma l’ho sentito. Come si sente l’aria cambiare prima di una tempesta, come si sente il corpo quando si ricorda di respirare davvero.
Sono tornata me stessa.
Non quella perfetta, né quella che tutti aspettavano. Sono tornata la me che ride forte senza motivo. Quella che balla anche da sola in cucina, che coinvolge tutti con uno sguardo, che si sveglia con la voglia di fare, creare, vivere. Sono tornata la me che non si scusa per occupare spazio, che si muove veloce, che non si vergogna più.
Per dodici anni ho cercato. Ho provato a diventare mille versioni diverse, a incastrarmi in forme che non erano mie. E ogni volta, un pezzetto di me si spegneva. Ma qualcosa è rimasto acceso. Una scintilla piccola, testarda, che ha aspettato. Ha atteso il momento giusto. Il mio.
E adesso sono qui. Non più spettatrice, ma presenza piena. Non più a bordo campo, ma al centro. Con le mani sporche di vita e gli occhi lucidi, perché no. Perché tornare a sé è un atto d’amore. Un grido silenzioso che dice: nonostante tutto, io ci sono ancora.
E danzo. E includo. E mi espando. Senza più chiedere permesso. Perché il campo è mio. Lo è sempre stato.
Bitch, I’m back.