Scrivere fa bene. Non è una frase da maglietta motivazionale, è un dato di fatto.
Fa bene al cuore, alla mente, alla rabbia repressa e al groviglio emotivo che si annida tra lo stomaco e le corde vocali, quelle che non riescono a parlare ma riescono a urlare dentro.
Scrivere è terapeutico.
Metti nero su bianco quello che ti gira in testa e all’improvviso le cose prendono forma. Non risolvono, eh, non è che scrivi e puff — tutto passa. Però ti capisci. Ti leggi. Ti ascolti.
E già questo, nel marasma quotidiano, è un traguardo.
Quando si tocca il fondo
Succede. Un giorno sei quella che ride, che ci scherza su, che dice “tranquilla, passo oltre” con il sorriso stampato…
E il giorno dopo sei la versione catastrofica di te stessa, quella che piange in bagno, manda messaggi troppo lunghi e si sveglia con la testa che rimbomba di rimorsi.
Succede.
A volte l’alcool fa da miccia, ma il vero fuoco covava da prima.
E quando arriva il momento in cui pensi “peggio di così non posso fare”, paradossalmente ti senti libera.
Hai toccato il fondo, e da lì puoi solo risalire. Oppure scavare una cantina, ma almeno è una scelta.
Il bisogno di essere capiti (anche quando siamo incasinati)
C’è chi riesce a nascondere bene la propria fragilità. E poi ci siamo noi, che proviamo a restare forti ma ci si legge negli occhi che stiamo implodendo.
Ci sono momenti in cui vorremmo solo sedere accanto a qualcuno in silenzio, magari con una birra in mano e le ginocchia che si sfiorano, e sapere che va bene così. Che non servono spiegazioni, che c’è spazio.
Ma quando lo spazio diventa distanza, e il silenzio si trasforma in muro, allora iniziano le domande.
E la testa — quella stronza — parte per la tangente.
Ci immaginiamo tutto e il contrario di tutto: una nuova fiamma, un ritorno di fiamma, problemi di lavoro, drammi familiari, alieni.
Perché il punto è che quando non ci viene data una risposta, la nostra mente se la inventa. E spesso non è gentile.
Confini: questi sconosciuti
In ogni relazione — affettiva, sessuale, amicale, indefinita — i confini sono importanti.
Il problema è che se non ce li si dice, quei confini, non si sa mai se si sta invadendo uno spazio sacro o se si è troppo lontani.
E quando l’altro chiude senza spiegare, chi resta fuori si sente stupido. Si sente sbagliato. Si chiede “ma allora tutto quello che ho sentito… era solo da parte mia?”.
Aprirsi, in ogni senso, richiede coraggio. Fiducia.
E quando ti apri, anche un po’ in modo sexy, anche un po’ vulnerabile, e l’altro si chiude come una cassaforte, l’effetto è devastante.
Non perché ti aspettassi qualcosa in cambio, ma perché ci avevi messo del tuo. E ritrovarsi soli con quella parte di sé in mano fa male. Punto.
Il vero punto: non possiamo costringere nessuno a restare
E allora lo scrivi. Lo vomiti su una pagina. Lo lasci lì.
Perché hai bisogno di dare ordine a quel caos.
Perché lo sai che non puoi obbligare nessuno a scegliere te.
E anche se una parte di te spera ancora in un “hey, parliamone”, un’altra ha già iniziato a dirsi che forse è il momento di lasciar andare.
Scrivere non è un grido d’aiuto. È una dichiarazione d’esistenza.
Un “sono qui, sto male, ma ci sto lavorando”.
Per concludere (forse)
Forse lui non leggerà mai.
Forse sì, ma non risponderà.
O magari un giorno ci rincontreremo, e sarà tutto diverso. O sarà tutto uguale ma noi saremo cambiati.
Nel frattempo, scrivo.
Magari non su WhatsApp.
Magari non a lui.
Ma scrivo.
Perché fa bene. Anche quando fa male