Ci sono momenti in cui non riesco a sistemare fuori, perché dentro è tutto sparso.
Ci sono giorni in cui entro in casa e trovo caos ovunque.
Vestiti sulla sedia, piatti nel lavandino, briciole sul pavimento, una tazza mezza piena dimenticata da ore.
Guardo quel disordine e non riesco a muovere un dito.
Non mi fa schifo, non mi deprime.
Mi rispecchia.
Mi racconta.
Perché anche dentro, in quei momenti, c’è lo stesso identico disordine.
Pensieri lasciati a metà, emozioni accatastate una sull’altra, parole che non ho detto e che stanno lì, ferme, come la polvere sui mobili.
La casa in disordine non è sempre trascuratezza.
A volte è sincerità.
È un modo muto per dire: “Non ho spazio. Non ho forza. Sto cercando di respirare.”
E allora non la sistemo.
Non subito.
Non per forza.
Resto lì, tra i piatti sporchi e il maglione buttato a terra,
e cerco di essere gentile con me stessa.
Non mi sgrido.
Non mi dico che sono pigra.
Non mi impongo di fare la lista delle cose da fare.
Mi dico: “Va bene così.
Il caos è una lingua.
E oggi la parlo anch’io.”
E quando tornerà un po’ di luce,
quando sentirò che dentro si schiarisce,
forse comincerò a piegare i vestiti.
A lavare i piatti.
A ridare forma alla mia tana.
Ma per ora,
il disordine mi tiene compagnia.
E in un certo strano modo,
mi capisce.