Ci sono giornate in cui faccio tutto.
Mi sveglio, rispondo, lavoro, sorrido, cucino, esco.
Eppure… c’è qualcosa che pesa.
Un nodo invisibile che porto con me ovunque vada.
Non è dolore.
Non è tristezza vera.
È quella stanchezza che non si spiega.
Quella fatica silenziosa che si infila sotto la pelle e non fa rumore,
ma rallenta ogni gesto, ogni pensiero, ogni respiro.
È la fatica che non si vede,
ma pesa lo stesso.
E nessuno la nota.
Perché da fuori funziona tutto.
Sto facendo le cose. Sto parlando. Sto rispondendo.
Ma dentro… è come se stessi camminando in salita, anche in pianura.
E allora mi dico: va bene così.
Va bene non avere energia brillante ogni giorno.
Va bene se oggi faccio il minimo.
Va bene se rispondo tardi, se non parlo molto, se sembro distante.
Perché anche sopravvivere è un atto di resistenza.
Anche mettersi le scarpe quando non ne hai voglia è una forma di forza.
Anche uscire di casa con il cuore spento è un coraggio che merita rispetto.
Non voglio più sentirmi in colpa se non sono sempre luminosa.
Non voglio più spiegare cosa ho.
Non voglio trovare un nome preciso alla mia fatica.
Voglio solo concedermi di sentirla.
E ricordarmi che passa.
Sempre.
Anche senza spiegazioni.
Anche senza far rumore.
Anche mentre, fuori, tutto sembra andare come al solito.