(e forse era proprio questo il punto)

C’è un momento, nella vita, in cui capisci che sei pronta a lasciare andare qualcosa — o qualcuno — che per un po’ ti ha fatto sentire viva.
Io l’ho fatto scrivendo una lettera.
Una lettera vera, con carta e penna.
Di quelle che, solo a pensarle, ti tremano le mani.

Non so se gliela darò mai.
Non so nemmeno se ci sarà il momento giusto per farlo.
Ma sentivo il bisogno di scriverla.
Per me.

Cinque mesi che ci conosciamo.
Fatti di risate, complicità, esplorazione.
Una relazione senza etichette, nata con leggerezza.
Nessuna promessa, solo il piacere di stare bene insieme.

E per un po’, è andata bene così.
Anche per me.

Poi però qualcosa è cambiato.
Non in lui. In me.

Non avevo messo in conto che il sentirmi libera, desiderata, accolta, avrebbe acceso parti di me che credevo spente.
Stare con lui mi ha fatto bene.
Mi ha aiutata a guarire ferite che pensavo croniche.
E quando smetti di avere paura, succede una cosa scomoda (e meravigliosa): inizi a desiderare davvero.

Io ho iniziato a volere di più.
Non da lui.
Da me.

Volevo qualcuno accanto. Non solo nel letto.
Qualcuno con cui ridere, parlare, camminare.
Con cui condividere le cose belle e anche le giornate storte.
Qualcuno con cui provare, esplorare, sì, anche il sesso — ma non solo.
Volevo qualcosa che somigliasse a una presenza, non a un’assenza.

Ma nel frattempo lui si è chiuso.
Distanza. Silenzi. Risposte fredde.
E io, nei miei tentativi maldestri di avvicinarmi, mi sono sentita “troppo”.

Così ho fatto quello che mi salva da sempre:
ho scritto.

Una lettera dove non chiedo nulla.
Dove non incolpo, non recrimino, non faccio la vittima.
Una lettera dove ringrazio — sinceramente.
Perché se oggi mi sento pronta ad andare avanti, è anche grazie a lui.

E alla fine della lettera, gli lascio un “chissà”.
Un seme piccolo, silenzioso.
Non una speranza, ma uno spiraglio.
Perché se un giorno le nostre strade dovessero incrociarsi di nuovo, con occhi nuovi… beh, chissà.

Non so se la leggerà.
Non so se ci sarà un “dopo”.
Ma ora so che non importa.

Importa averla scritta.
Essere riuscita a guardarmi dentro, e a raccontarmi con onestà.
A dire “vado”, ma con dolcezza.
Con affetto. Con gratitudine.

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