Amo le parole.
Le amo con una devozione che mi stupisce, a volte.
Le leggo, le ascolto, le colleziono come si fa con le conchiglie trovate sulla riva: alcune sono scheggiate, altre perfette, tutte mi sembrano importanti.
Le parole hanno un significato, un peso, un’anima.
Per questo, forse, ho paura di usarle male.
Di sprecarle.
Di sbagliarle.
Parlare mi mette ansia.
Mi immobilizza.
E se dicessi la cosa sbagliata? Se nessuno capisse quello che voglio dire? Se mi guardassero come si guarda qualcosa di storto?
So bene che a tutti capita. Che gli errori non sono una condanna, ma una possibilità.
Ma la paura è più veloce della ragione. Corre avanti e blocca ogni frase prima che esca.
Così resto zitta.
All’esame. Alla festa. Durante una chiacchierata con gli amici.
Ho parole bellissime dentro, ma restano intrappolate in gola.
A volte inizio una frase e la freno.
A volte penso a una battuta e me la tengo stretta, perché “se poi non fa ridere?”
A volte, nel silenzio che scelgo, mi sento al sicuro. Altre volte, mi sento prigioniera.
Ma poi scrivo.
Scrivo perché la carta non mi interrompe.
Non mi corregge.
Non ride.
Scrivo perché nessuna pagina mi guarda male.
Perché qui le parole possono uscire come vogliono: tremanti, lente, incerte.
Possono anche sbagliare, ma non verranno fraintese.
Scrivere è il mio modo di esistere senza ansia.
Di spiegarmi senza paura.
È il mio spazio di libertà, dove posso essere chi sono davvero, senza filtri né esitazioni.
Un giorno, magari, riuscirò a portare un po’ di questa libertà anche nella voce.
Ma per ora va bene così.
Scrivo.
E mentre scrivo, mi sento meno sola.
Più vera.
Più forte.
Anche senza dire una parola.