Non sei il mio ex.
Non sei il mio amore.
Non sei mai stato il mio ragazzo.
Eppure ci sei stato.

Nelle sere lunghe in cui parlavamo di tutto.
Nel modo in cui ridevo con te, diversa da come rido con chiunque altro.
In quelle volte in cui mi cercavi e io correvo — come se quel messaggio avesse il potere di aggiustare tutto.

Non ho una parola per descriverti.
E forse è questo il problema.

Non sei stato abbastanza da chiamarti relazione.
Ma sei stato troppo per lasciarmi indifferente.
Sei stato quasi.
E il quasi…
a volte è peggio del niente.

Non so chi sei per me, ma ti penso ogni giorno

Non perché lo voglio.
Perché succede.
Perché mi ricordi cosa vuol dire sperare.
E anche cosa vuol dire sentirsi dimenticata.

Ti penso quando ascolto certe canzoni.
Quando vedo un messaggio e per un secondo spero sia tuo.
Quando dico a me stessa che è passato… e poi sogno ancora di te.

Ti penso, ma non ti cerco.
Ti penso, ma non ti voglio davvero indietro.
Ti penso come si pensa a qualcosa che ha fatto male e bene insieme.

Vorrei poterti archiviare

Metterti in una scatola con un’etichetta chiara.
Dire: “È finita, punto.”
Ma non c’è mai stato un inizio.
E quindi non c’è nemmeno una fine.

Ci sei stato e basta.
E ti sei portato via qualcosa che non so nominare, ma che mi manca.
Forse era la parte di me che ancora credeva nei forse.


E allora non so come definirti.
Ma intanto… ti penso.
E un giorno smetterò.
Non per forza perché avrò voltato pagina,
ma perché finalmente avrò capito che non serve una definizione per lasciar andare qualcosa che non mi ha mai tenuta davvero.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *