Perché mi sento indietro? Perché non mi sento al passo?
Perché tutta questa frustrazione?
È una domanda che ritorna spesso, specialmente quando guardo gli altri.
Loro sembrano aver trovato la loro strada.
Hanno una famiglia, un matrimonio, dei figli, un lavoro fisso, una routine.
Sembrano già realizzati, perfettamente inseriti in quella narrativa che la società ci propone come “giusta”.
Hanno messo radici, costruito un percorso stabile.
E poi ci sono io: 30 e qualcosa anni, disoccupata,
iscritta all’università,
nel pieno di un processo di rinnovamento.
Sto rimettendo in discussione tutto,
cercando il mio posto nel mondo.
Non riesco nemmeno a immaginarmi in quella vita che per molti sembra essere il traguardo.
Eppure, non posso fare a meno di chiedermi:
dove ho sbagliato?
Dove ero io mentre tutti loro si stabilizzavano?
Tutto quello che ho fatto
Quando ripenso agli ultimi dieci, quindici anni della mia vita,
vedo un percorso tutt’altro che lineare,
ma pieno di esperienze.
Ho lavorato duramente, sì, ma non solo per mantenermi.
L’ho fatto per scoprire, esplorare, imparare.
Dalle stagioni estive come cameriera in Toscana,
alle lunghe giornate nei campi australiani,
ho collezionato ricordi e lezioni che vanno ben oltre un contratto fisso.
In Australia, nei parchi naturali e sulle barche,
ho imparato a vivere immersa nella natura,
a rispettarla,
a cogliere l’essenza di una cultura diversa,
a sentirmi parte di qualcosa di più grande.
In Thailandia, in Malesia, in Sri Lanka,
ho visto come cambiano le persone e le regole sociali da un luogo all’altro.
Ho scoperto nuovi modi di pensare e vivere.
Ho imparato lingue,
trovato il coraggio di gestire situazioni inedite,
di affrontare barriere culturali,
di farmi spazio in contesti sconosciuti.
E non è solo lavoro.
È passione, è scoperta.
Come con le immersioni.
Quei momenti sott’acqua,
dove il tempo sembra fermarsi,
dove un piccolo pesce può riempirti di gioia pura.
Sono momenti che ti fanno sentire viva,
che ti ricordano perché vale la pena di andare avanti.
Perché allora mi sento indietro?
Forse perché ci confrontiamo con ciò che vediamo fuori,
non con ciò che abbiamo dentro.
Forse perché la nostra società ci dà una linea temporale fissa da seguire:
studia, trova lavoro, sposati, compra casa, fai figli,
e ogni deviazione sembra un fallimento.
Ma è davvero così?
O è solo la paura di non essere accettati,
di non sentirsi abbastanza,
a creare questa frustrazione?
Tutto quello che ho vissuto mi ha insegnato che non c’è una strada unica.
C’è chi trova soddisfazione in un lavoro stabile e una famiglia,
e c’è chi la trova viaggiando,
imparando,
mettendosi in gioco ogni giorno.
Non è una questione di chi sia più avanti o indietro.
È una questione di trovare il proprio percorso,
di scoprire cosa ti rende davvero felice.
Forse sentirsi indietro è un modo per spingerti a riflettere,
a capire cosa vuoi davvero,
a non accontentarti di qualcosa che non ti rappresenta.
Forse è il segno che stai ancora cercando,
ma che stai cercando nel modo giusto:
seguendo il tuo cuore,
le tue passioni,
le tue aspirazioni.
Alla fine, cosa significa essere indietro?
Se guardi bene,
forse non sei indietro.
Forse stai solo tracciando la tua rotta.