Non sono mai stata brava con la lentezza.
Mi hanno sempre insegnato che chi va piano resta indietro.
Che il valore si misura in velocità, in efficienza, in risultati.
Che se non stai facendo qualcosa, allora stai perdendo tempo.

E io, per anni, ci ho creduto.
Ho corso, incastrato, accelerato.
Ho detto “sì” anche quando non avevo tempo, energia, voglia.
Ho tenuto ritmi che non erano i miei, solo per sentirmi all’altezza.
Solo per non sembrare pigra, sbagliata, lenta appunto.

Ma la verità è che non ero lenta.
Stavo solo cercando di respirare.

Il mio corpo lo sapeva da tempo

Lo diceva nella stanchezza che non passava mai.
Nei giorni in cui tutto mi sembrava troppo, anche le cose belle.
Nel bisogno costante di “staccare” che non riuscivo mai ad ascoltare.

Perché ogni volta che provavo a fermarmi, una voce dentro mi diceva:
“Dai, sbrigati. Non puoi rallentare proprio adesso.”

E io, per non deludere nessuno, deludevo me.

Poi è arrivata la resa (quella buona)

Un giorno ho smesso di correre.
Non perché fossi arrivata.
Ma perché non ce la facevo più.

E lì, nel vuoto improvviso lasciato dalla velocità, ho scoperto qualcosa di nuovo:
che nella lentezza c’è cura.
C’è ascolto.
C’è presenza.

Fare le cose con calma non vuol dire farle peggio.
Vuol dire farle con intenzione.
Con tutto me stessa, invece che solo con la parte che spinge.

Adesso mi sto concedendo la lentezza

Quando mi sveglio, non salto subito giù dal letto.
Mi concedo qualche minuto per tornare nel mio corpo.
Quando scrivo, non guardo più l’orologio.
Quando mangio, provo ad assaporare.
Quando cammino, rallento.
E respiro.
Finalmente respiro.

Non è sempre facile.
La voce del “devi fare di più” è ancora lì, ogni tanto.
Ma adesso so che non è la mia voce.
È quella del mondo che non si ferma mai.

E io non voglio essere quel mondo.
Voglio essere il mio.Mi sto concedendo di essere lenta.
Non per rimanere indietro, ma per non perdermi.
Perché alcune parti di me si raggiungono solo camminando piano.

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