Per tanto tempo ho detto sì anche quando dentro urlavo no.
Ho sorriso quando avrei voluto andarmene.
Ho fatto spazio agli altri togliendolo a me stessa.
Ho lasciato che le cose scorressero, anche quando mi trascinavano via.
Ho pensato che essere accomodante mi avrebbe resa più amabile.
Che accettare, comprendere, cedere… fosse un modo per essere scelta.
Ma ora so che stavo solo rinunciando a pezzi di me.
Non devo più farmi andare bene tutto.
Non devo più accettare risposte vaghe, attenzioni a metà, presenze intermittenti.
Non devo più accontentarmi di briciole travestite da gesti gentili.
Non devo più giustificare chi non ha voglia di esserci davvero.
Posso dire “non mi sta bene”.
Posso dire “così non mi fa stare bene”.
Posso andarmene quando sento che sto restando solo per abitudine.
Non è egoismo.
È amore. Ma questa volta, per me.
È riconoscere che anche io ho bisogno di cura.
Che anche i miei desideri contano.
Che la mia energia è preziosa, e non posso sprecarla in battaglie che non mi appartengono.
Ci sono persone, lavori, situazioni, ruoli… che mi stavano stretti da anni.
E io continuavo a infilarli ogni mattina, per non dare fastidio, per non sembrare ingrata.
Ma ora ho capito: la gratitudine non può mai essere una prigione.
Non voglio più adattarmi a tutto.
Voglio cercare ciò che mi somiglia, che mi accoglie, che mi fa fiorire.
E quando non lo trovo, va bene anche stare sola.
Perché la solitudine, a volte, è più gentile della compagnia sbagliata.
Non devo più farmi andare bene tutto.
Me lo ripeto ogni giorno.
E ogni giorno, un po’ di più,
smetto di chiedere il permesso per esistere a modo mio.