Non sono difficile, ho solo bisogno di essere letta con attenzione

Mi hanno chiamata in tanti modi.
Sensibile.
Complicata.
Pesante.

Mi hanno guardata con occhi pieni di punto interrogativi, come se fossi una lingua straniera.
Come se bastasse il primo sguardo per decidere che era tutto troppo.
Troppo sentire. Troppo parlare. Troppo pensare.
Troppo.

E allora ho cominciato a piegarmi.
A parlare meno.
A semplificarmi per essere digerita.
A ridere anche quando dentro avevo tempesta,
perché nessuno ha voglia di ascoltare il maltempo degli altri.

Ma poi — piano piano — qualcosa è cambiato.
Ho iniziato a leggermi io.
A decifrarmi con amore.
A riconoscere che il mio modo di essere non ha bisogno di scuse.
Solo di attenzione.

Non sono difficile.
Sono complessa.
E c’è una differenza enorme.

La difficoltà respinge.
La complessità invita a restare.
Chiede solo occhi gentili, mani pazienti, presenza vera.

Ho bisogno di essere letta con cura.
Non con superficialità.
Non saltando paragrafi.
Non cercando un finale facile.

Chi ha voglia di conoscermi, davvero, dovrà sedersi.
Ascoltare i non detti, i sospiri, le contraddizioni.
Accettare che non tutto di me è lineare, ma tutto è autentico.

Dentro di me ci sono stanze segrete, piccoli mondi, dolori taciuti e gioie antiche.
Non sono per chi cerca solo il primo livello.
Sono per chi vuole restare anche quando non capisce tutto.

Non sono difficile.
Sono profonda.
E non è colpa mia se alcuni hanno imparato a nuotare solo in acque basse.

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