Non sempre ho fatto l’amore per desiderio.
A volte l’ho fatto per sentirmi più viva.
A volte per non sentirmi sola.
A volte per vedere se, toccandomi, qualcuno riusciva anche a vedermi.
Ma poi ho scoperto che c’è un sesso diverso.
Quello che non è fame, ma ascolto.
Quello che non ti spinge contro il muro, ma ti accompagna piano.
Che non cerca il climax a tutti i costi, ma si prende il tempo per restare.
Il sesso che cura è quello che non chiede di performare.
È quello che non ha fretta.
Che non pretende che tu sia pronta — ti aspetta.
Che non giudica le pieghe del tuo corpo, ma le accoglie.
Che non ti fa sentire “giusta”, ma intera.
A volte, dopo una giornata in cui ho tenuto tutto sotto controllo,
in cui ho sorriso quando volevo piangere,
in cui ho stretto i denti per non cedere,
mi basta uno sguardo vero,
una mano che si poggia sul fianco senza fretta,
una voce che mi dice:
“Se non vuoi parlare, sto qui lo stesso.”
E allora sì.
Il mio corpo si apre.
Non per dovere. Non per abitudine.
Ma per gratitudine.
Perché il sesso, quello giusto,
è anche un modo per tornare a casa.
Dentro la pelle. Dentro il cuore. Dentro una verità che non ha bisogno di parole.
Il sesso che cura non è meno desiderio.
È desiderio che sa amare anche le fragilità.
Che non si spaventa se tremi.
Che non si arrabbia se piangi.
Che sa restare anche dopo.
Non lo cerco sempre.
Non succede sempre.
Ma quando succede…
non è solo piacere.
È respiro.
È presenza.
È una forma di cura che passa dal corpo per arrivare all’anima.
E quando lo incontro, mi sento viva.
Davvero.