Rido.
Ma non è leggerezza.
È un grido storto che ha imparato a piegarsi in suono più dolce.
È un modo di tenere insieme i pezzi, quando dentro si spaccano in mille.

Mi dicono: “Ma tu ridi sempre.”
Come fosse un’accusa.
Come se il dolore avesse un solo volto possibile: muto, curvo, serio.
Ma io non so essere seria quando mi fa troppo male. Non so restare zitta. Non so tenere tutto dentro senza farlo uscire in qualche modo.
E allora rido.

Rido per non implodere.
Rido perché, se non lo faccio, l’ansia mi mangia viva.
Rido mentre penso che non ce la faccio, che sono stanca, che nessuno mi vede davvero.
Rido anche quando vorrei sparire.
Anzi, soprattutto allora.

Non è una bugia. È il mio modo.
La mia faccia migliore, quella che non fa paura a chi mi sta intorno.
Ma la verità è che la notte, nel buio della stanza, la risata si sbriciola.
E rimane solo il peso. Quello che porto da sempre, quello che nessuno indovina.

Rido.
Ma dentro ho urla che non ho mai avuto il coraggio di far uscire.
Ho lacrime trattenute, parole che non riesco a dire.
Ho fame di abbracci veri, di sguardi che non si accontentano della superficie.
E invece mi vedono ridere. E credono che vada tutto bene.

Forse sono io che non riesco a mostrare altro.
O forse è solo così che ho imparato a restare in piedi.

Un giorno, forse, avrò il coraggio di smettere di ridere.
E lasciare che mi si legga in faccia tutto quello che sono.
Anche il dolore.
Anche la rabbia.
Anche il silenzio.

Ma per ora, rido.
Perché è così che mi salvo.
Perché è così che ancora respiro.

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